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“Baroni in laguna”

a mezzo secolo dal libro di Giuseppe Fiori
un progetto fa il punto sulle lagune dell’Oristanese.

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il blog di Paesaggio Gramsci

Paesaggio Gramsci

Associazione per il parco letterario

Corso Umberto I, 31 09074 Ghilarza (OR)

© Paesaggio Gramsci - C.F. 90052510956

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Corso Umberto I, 31 09074 Ghilarza (OR)

IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL ALLA SECONDA EDIZIONE

Il festival alla sua seconda edizione (la prima nel 2025 finanziata con risorse proprie) si propone lo scopo di favorire la lettura e la conoscenza della vasta letteratura autobiografica, biografica, senza confini geografici, senza limiti di generi letterari (comprendendo autofiction, memoir, l’innesco dell’elemento biografico nell’atto creativo della scrittura narrativa e poetica). Si muove nel contesto del territorio sardo e in particolare dell’Oristanese, privilegiando il territorio che dal Campidano di Oristano si inoltra lungo le sponde del Tirso, contribuendo a incoraggiare già con queste mappe - ideali e geografiche - una particolare ricerca di identità nella vasta regione centro-occidentale che ha alle spalle una ricca e celebrata storia.

Meno ricca di letteratura e di racconto della modernità e dove il racconto di sé - attingendo allo straordinario patrimonio di memoria orale e alle sue forme - può fornire occasioni vitali di lettura e di esperienza consapevole del contemporaneo. Insieme giovani generazioni e comunità, con le popolazioni che invecchiano, scuola propria e impropria, possono contribuire a ricostruire-riconsiderare la vicenda storica, dal lavoro contadino della pianura e collinare, all’insediamento pastorale dal Barigadu al Montiferru, dalla pesca interna in stagni e lagune al rapporto con il mare, e nei due ultimi secoli dal lavoro in miniera di migliaia di campidanesi e operai della Marmilla e del Terralbese sino alla breve e tuttavia cinquantennale esperienza operaia tra Ottana ai confini settentrionali della provincia, Villacidro e San Gavino a sud, a cento anni dalla costruzione della Diga del Tirso con gli effetti sulla piana di Oristano e la fondazione di Arborea e la memoria che se ne conserva attorno al lago Omodeo e lungo le sponde del fiume.

Grande letteratura e letteratura minore, se si potranno fare differenze, si intrecceranno con la dimensione individuale: «Nel caos delle mode culturali e dei residuati ideologici, possiamo ripartire da quello che ci resta: da noi stessi, dalla vita in prima persona (bio) che è inscritta (grafia) nella storia sociale, nel romanzo familiare, nei riferimenti culturali, nelle tracce psichiche profonde». (Romano Màdera, Il metodo biografico, ed. Cortina - 2022) «Ogni biografia è intrisa dei grandi racconti di senso, dei miti, spesso inconsapevoli, che l’esperienza di una vita pensata mette di nuovo alla prova. Farne un metodo significa cercare di prendersi sul serio. E invitare altri a una formazione e a una cura che non considerino niente di ciò che è umano estraneo a nessun individuo», scrive ancora Màdera.

Libri, esperienze di vita, racconti orali, interviste, saranno al centro dei laboratori di lettura e di scrittura rivolti alle scuole di ogni ordine e alla popolazione adulta, in collaborazione con le migliori esperienze pedagogiche e filosofiche in Italia, la Scuola Philo di Milano e la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, sino alle esperienze di cura praticate in molte realtà con gli strumenti della letteratura e dell’autobiografia.

Particolari contesti sociali, categorie, ambienti, a volte lontani dalle pratiche di lettura, che il festival si propone di raggiungere sono, quest’anno
I pescatori delle lagune dell’oristanese, al centro di una esperienza di storia orale promossa da Paesaggio Gramsci e coordinata dalla Facoltà di Storia dell’Università di Cagliari
I pastori, nella fase di un relativo benessere economico ma anche di cambiamento delle priorità e dei modelli (aziendali, culturali). Un confronto con il pastoralismo ancora vivo in altre zone dell’Europa, la dimensione della ruralità.

Le comunità di immigrati, il rapporto con “noi”, la “loro” letteratura e “la nostra”, le tradizioni orali a confronto, le lingue, i conti con il razzismo.

LA DIGA DEL SECOLO

Al termine della serie di incontri per ricordare i cento anni della diga del Tirso (cominciati a Ula Tirso nel 2018) oltre venti autori rievocano in un libro (in uscita per le edizioni La Lepre)  il secolo che l'ha vista progettare, realizzare e persino venire sooppiantata da un nuovo sbarramento a valle. Era allora (all’inaugurazione, nel 1924, presente il re Vittorio Emanuele) la più grande diga del mondo secondo la vulgata, cui si dovette la regolazione del fiume che nel pendolo delle stagioni – in una  Sardegna disboscata, disabitata, con suoi 800 mila abitanti – provocava esondazioni e lasciava acquitrini mefitici che facevano del Campidano di Oristano e Terralba l’area dell’Italia con la più alta mortalità per la malaria.

L’opera concepita dal circolo di politici, intellettuali e tecnici che si riunivano attorno a Francesco Saverio Nitti, fu decisiva non solo per la bonifica agraria, ma per la produzione idro-elettrica a favore di una industria nascente e persino delle miniere del Sulcis, che l’hanno resa il più importante elemento della modernizzazione dell’isola nel Novecento.

Ascritta a grande merito storico dei social-riformisti di Turati e dell’ingegner Omodeo che la progettò, freddamente considerata da Antonio Gramsci nonostante la sommersione di pezzi di territorio del suo stesso paese, Ghilarza, sullo sfondo della grande opera si stagliano ancora gli squilibri fra territori a monte e a valle dello sbarramento (nel frattempo sostituito da una nuova grande diga poco a valle di quella di Omodeo): così ritorna la riflessione sul sacrificio della progettualità espressa dalle classi dirigenti locali e tradita infine dalla colonizzazione/bonifica di Arborea per mano del fascismo e avanza il tema dell’inquinamento del fiume e del grande lago che fornisce acqua a più di metà della popolazione sarda, fra paesaggi trasformati, ieri dalla diga, oggi da fotovoltaico ed eolico che stano per occuparne le sponde

LA DIGA DEL SECOLO
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Al termine della serie di incontri per ricordare i cento anni della diga del Tirso (cominciati a Ula Tirso nel 2018) oltre venti autori rievocano in un libro (in uscita per le edizioni La Lepre)  il secolo che l'ha vista progettare, realizzare e persino venire sooppiantata da un nuovo sbarramento a valle. Era allora (all’inaugurazione, nel 1924, presente il re Vittorio Emanuele) la più grande diga del mondo secondo la vulgata, cui si dovette la regolazione del fiume che nel pendolo delle stagioni – in una  Sardegna disboscata, disabitata, con suoi 800 mila abitanti – provocava esondazioni e lasciava acquitrini mefitici che facevano del Campidano di Oristano e Terralba l’area dell’Italia con la più alta mortalità per la malaria.

L’opera concepita dal circolo di politici, intellettuali e tecnici che si riunivano attorno a Francesco Saverio Nitti, fu decisiva non solo per la bonifica agraria, ma per la produzione idro-elettrica a favore di una industria nascente e persino delle miniere del Sulcis, che l’hanno resa il più importante elemento della modernizzazione dell’isola nel Novecento.

Ascritta a grande merito storico dei social-riformisti di Turati e dell’ingegner Omodeo che la progettò, freddamente considerata da Antonio Gramsci nonostante la sommersione di pezzi di territorio del suo stesso paese, Ghilarza, sullo sfondo della grande opera si stagliano ancora gli squilibri fra territori a monte e a valle dello sbarramento (nel frattempo sostituito da una nuova grande diga poco a valle di quella di Omodeo): così ritorna la riflessione sul sacrificio della progettualità espressa dalle classi dirigenti locali e tradita infine dalla colonizzazione/bonifica di Arborea per mano del fascismo e avanza il tema dell’inquinamento del fiume e del grande lago che fornisce acqua a più di metà della popolazione sarda, fra paesaggi trasformati, ieri dalla diga, oggi da fotovoltaico ed eolico che stano per occuparne le sponde

IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL ALLA SECONDA EDIZIONE

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Il festival alla sua seconda edizione (la prima nel 2025 finanziata con risorse proprie) si propone lo scopo di favorire la lettura e la conoscenza della vasta letteratura autobiografica, biografica, senza confini geografici, senza limiti di generi letterari (comprendendo autofiction, memoir, l’innesco dell’elemento biografico nell’atto creativo della scrittura narrativa e poetica). Si muove nel contesto del territorio sardo e in particolare dell’Oristanese, privilegiando il territorio che dal Campidano di Oristano si inoltra lungo le sponde del Tirso, contribuendo a incoraggiare già con queste mappe - ideali e geografiche - una particolare ricerca di identità nella vasta regione centro-occidentale che ha alle spalle una ricca e celebrata storia.

Meno ricca di letteratura e di racconto della modernità e dove il racconto di sé - attingendo allo straordinario patrimonio di memoria orale e alle sue forme - può fornire occasioni vitali di lettura e di esperienza consapevole del contemporaneo. Insieme giovani generazioni e comunità, con le popolazioni che invecchiano, scuola propria e impropria, possono contribuire a ricostruire-riconsiderare la vicenda storica, dal lavoro contadino della pianura e collinare, all’insediamento pastorale dal Barigadu al Montiferru, dalla pesca interna in stagni e lagune al rapporto con il mare, e nei due ultimi secoli dal lavoro in miniera di migliaia di campidanesi e operai della Marmilla e del Terralbese sino alla breve e tuttavia cinquantennale esperienza operaia tra Ottana ai confini settentrionali della provincia, Villacidro e San Gavino a sud, a cento anni dalla costruzione della Diga del Tirso con gli effetti sulla piana di Oristano e la fondazione di Arborea e la memoria che se ne conserva attorno al lago Omodeo e lungo le sponde del fiume.

Grande letteratura e letteratura minore, se si potranno fare differenze, si intrecceranno con la dimensione individuale: «Nel caos delle mode culturali e dei residuati ideologici, possiamo ripartire da quello che ci resta: da noi stessi, dalla vita in prima persona (bio) che è inscritta (grafia) nella storia sociale, nel romanzo familiare, nei riferimenti culturali, nelle tracce psichiche profonde». (Romano Màdera, Il metodo biografico, ed. Cortina - 2022) «Ogni biografia è intrisa dei grandi racconti di senso, dei miti, spesso inconsapevoli, che l’esperienza di una vita pensata mette di nuovo alla prova. Farne un metodo significa cercare di prendersi sul serio. E invitare altri a una formazione e a una cura che non considerino niente di ciò che è umano estraneo a nessun individuo», scrive ancora Màdera.

Libri, esperienze di vita, racconti orali, interviste, saranno al centro dei laboratori di lettura e di scrittura rivolti alle scuole di ogni ordine e alla popolazione adulta, in collaborazione con le migliori esperienze pedagogiche e filosofiche in Italia, la Scuola Philo di Milano e la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, sino alle esperienze di cura praticate in molte realtà con gli strumenti della letteratura e dell’autobiografia.

Particolari contesti sociali, categorie, ambienti, a volte lontani dalle pratiche di lettura, che il festival si propone di raggiungere sono, quest’anno
I pescatori delle lagune dell’oristanese, al centro di una esperienza di storia orale promossa da Paesaggio Gramsci e coordinata dalla Facoltà di Storia dell’Università di Cagliari
I pastori, nella fase di un relativo benessere economico ma anche di cambiamento delle priorità e dei modelli (aziendali, culturali). Un confronto con il pastoralismo ancora vivo in altre zone dell’Europa, la dimensione della ruralità.

Le comunità di immigrati, il rapporto con “noi”, la “loro” letteratura e “la nostra”, le tradizioni orali a confronto, le lingue, i conti con il razzismo.